Palazzo Ducale

Palazzo Ducale

VENETIA 1600. Nascite e rinascite

Percorso di visita

VENETIA 1600
Nascite e rinascite

Dal 4 settembre 2021 al 5 giugno 2022
Venezia, Palazzo Ducale – Appartamento del Doge

 

I. INTRODUZIONE

Venezia è unica. Probabilmente non esiste al mondo un’altra città che possa vantare un ambiente così straordinario e una simile concentrazione di monumenti.
Per secoli Venezia fu una delle più grandi e ricche città europee, di certo la più raffinata: un ineguagliabile crocevia di popoli e idee.
Per un millennio, la sua particolare struttura governativa ne garantì la stabilità politica, assicurandole il titolo di Serenissima e alimentando l’invidia nei confronti dei suoi mercanti. Ancora oggi Venezia rappresenta la città ideale: compatta, a misura d’uomo, sensibile verso il proprio ambiente, orgogliosa delle proprie tradizioni e tuttavia pronta ad accogliere i forestieri.
Oggi Venezia celebra i 1600 anni dalla sua leggendaria fondazione nel 421.
Eppure non è soltanto la sua nascita a meritare di essere celebrata, ma le sue molteplici rinascite. Venezia è sopravvissuta così a lungo, superando talmente tante minacce, perché ha saputo reinventarsi adattandosi al mutare dei tempi.
Gli eventi decisivi della sua storia, i suoi monumenti, i tanti tesori artistici e storici esposti in questa mostra offrono un’utile roadmap per il futuro della città.
Molte delle sfide che oggi Venezia si trova ad affrontare furono infatti già superate decenni o persino secoli fa.
Comprendere il passato della Serenissima offre ai suoi abitanti – e a tutti coloro che amano questa città – quel bagaglio di conoscenze necessario per affrontare le sfide future.

 

II. LA CITTÀ ELETTA

Quando l’impero di Venezia iniziò a estendersi per terra e per mare, i Veneziani dettero vita a dei racconti sulle origini della città che ne preconizzavano il destino eccezionale.
Fu così che per tradizione Venezia fu fondata a Rialto allo scoccare del mezzogiorno del 25 marzo 421, festa dell’Annunciazione. Proprio come l’Annunciazione rivelò che la Madonna era stata scelta da Dio per salvare l’umanità, allo stesso modo Venezia divenne la città eletta: erede degli imperi Romano e Bizantino, e protettrice della Cristianità. L’immagine dell’Annunciazione, una delle più diffuse nell’arte veneziana, allude proprio a questo status, e lo stesso vale per il 25 marzo, data spesso usata per la posa della prima pietra degli edifici cittadini.

LA CITTÀ DI SAN MARCO
Nell’828 dei mercanti veneziani trafugarono il corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto offrendo una legittimazione divina all’ascesa di Venezia. Le reliquie del Santo furono collocate in una serie di strutture che culminarono nell’attuale basilica di San Marco. L’Evangelista divenne il patrono della Repubblica, e il suo leone alato fu eletto a simbolo della città e del suo dominio in tutto l’impero. La leggenda di San Marco fu inglobata nella storia di Venezia. In un episodio, un angelo apparve all’Evangelista mentre si trovava in laguna profetizzandogli che un giorno le sue spoglie avrebbero trovato riposo a Venezia. Secondo un’altra leggenda, l’Evangelista comparì miracolosamente nella basilica marciana per rivelare il luogo in cui erano state nascoste le sue reliquie. Con la caduta di Costantinopoli e la sconfitta dei bizantini nel 1204, Venezia ne assunse il ruolo imperiale trasportando in laguna materiali da costruzione e innumerevoli oggetti preziosi, e mutuando lo stile artistico bizantino. Alcuni dei più raffinati oggetti bizantini provenienti dal Tesoro di San Marco e dalla Biblioteca Nazionale Marciana sono esposti in mostra.

CITTÀ DELLA GIUSTIZIA
Chi la vede con la spada, et bilancia in mano tener per sua fede il leone non può dir altro che: quella è l’immagine della Giustitia di Venetia, o per dir meglio di Venetia giusta, come in ogni effetto si vede. Francesco Sansovino, 1562
Mentre Venezia accresceva il suo potere e la sua ricchezza, le famiglie che la guidavano avviarono delle riforme costituzionali che portarono a un governo repubblicano unico nel suo genere, facendo della stabilità politica la priorità assoluta. Venezia non era una società feudale fondata sulla proprietà terriera, e al suo vertice non c’era un governante nominato per successione dinastica. Venezia era una repubblica guidata da un gruppo di famiglie di mercanti che contribuivano alla sua amministrazione. L’autorità del doge, il capo dello Stato, era rigorosamente circoscritta. Un complesso sistema di pesi e contrappesi assicurava la condivisione del potere tra le famiglie patrizie, mentre artigiani e lavoratori partecipavano all’organizzazione della società attraverso le corporazioni e le confraternite. Proprio il profondo e costante impegno nei confronti della giustizia sociale e dell’applicazione delle leggi permisero al commercio uno sviluppo senza eguali.
I veneziani rappresentavano il proprio ideale di governo illuminato attraverso la figura della Giustizia, ritratta nell’atto di reggere una bilancia e una spada. L’immagine era talmente diffusa negli spazi pubblici da essere elevata a personificazione stessa della città: Venetia.

 

III. LA CITTA’ DEI MARINAI

All’inizio del XIII secolo Venezia era passata da un’economia lagunare a un impero marittimo, conquistando il controllo delle principali roccaforti tra il Mare Adriatico e il Bosforo. Convogli di grandi galee di mercanzia, scortati da navi militari, attraversavano tutto il Mediterraneo e si spingevano a nord fino a Londra e Bruges. I veneziani si distinsero anche nella realizzazione di mappe nautiche. In questa sala è esposto uno degli esempi più antichi: l’atlante realizzato da Pietro Vesconte nel 1318 con raffigurazioni del Mar Nero, del Mar Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico. Nei secoli XV e XVI i cartografi veneziani realizzarono mappe molto particolareggiate con specificati i frastagliamenti delle coste, i porti e i tracciati tratti dalla rosa dei venti che permettevano ai marinai di segnare le rotte sulla carta. Il più celebre viaggiatore veneziano fu Marco Polo, e il suo resoconto del viaggio in Cina portò in Occidente un immenso tesoro di nuove conoscenze geografiche. Percorrere lunghe distanze non era certo insolito per i mercanti veneziani. Lo dimostrano le ceramiche cinesi delle dinastie Yuan e Ming, presenti in diverse collezioni della Laguna, che riflettono l’ammirazione veneziana per l’arte asiatica. Nei secoli XVI e XVII la flotta veneziana tenne sotto scacco l’Impero Ottomano nel Mediterraneo. La Serenissima rimase infatti una potenza navale e mercantile fino al XVIII secolo.

L’ARSENALE E LA CATENA DI MONTAGGIO. 1320
L’espansione dell’Arsenale nel 1320 permise ai veneziani di costruire e mantenere l’intera flotta navale e mercantile in un’unica struttura: il più vasto complesso produttivo dell’Europa preindustriale. Qui erano concentrati tutti i processi della costruzione navale e della produzione di munizioni. L’Arsenale aveva a disposizione perfino dei boschi di quercia e faggio sulla terraferma destinati alla costruzione di scafi e alberi, e alla produzione di carbone. La costruzione navale dell’Arsenale può essere considerata il primo esempio della moderna catena di montaggio. Gli scafi erano immagazzinati per essere rapidamente trasformati in navi finite: all’occorrenza, questi venivano trainati da una postazione all’altra per essere muniti di alberi, sartiame, remi, armi ed equipaggio. Nel 1574, re Enrico III di Francia, in visita a Venezia, assistette durante il pranzo a tutte le operazioni per completare, attrezzare, armare e varare una galea: una spettacolare dimostrazione dell’abilità navale veneziana.

 

IV. LA CITTÀ DEI MERCANTI

Allora, che notizie da Rialto?” chiede un personaggio del Mercante di Venezia di William Shakespeare, rispecchiando così la fama del distretto commerciale di Venezia e dei suoi imprenditori. All’inizio, le uniche risorse naturali a Venezia erano il pesce e il sale. Tutto il resto doveva essere importato, ma la sua posizione geografica – lungo la costa orientale italiana, eppure vicina alle Alpi e all’Europa settentrionale – la rese il centro ideale dei commerci tra Oriente e Occidente. Venezia intratteneva già scambi commerciali con Alessandria d’Egitto nell’828, quando dei mercanti veneziani trasportarono in laguna le spoglie di San Marco. Nel tempo le rotte commerciali della Serenissima si estesero a tutto il Mediterraneo e all’Atlantico settentrionale. La città stessa era un bazar a cielo aperto, con la sua grande offerta di beni di lusso importati e di manufatti locali, come pellami lavorati, gioielli, dipinti, maioliche, oggetti di metallo, sete, pizzi, profumi e, soprattutto, il vetro di Murano. I mercanti veneziani ebbero successo anche grazie alla lungimiranza e alla correttezza del sistema politico e giudiziario della Repubblica, nonché alle eccellenti infrastrutture messe a disposizione dallo Stato per i commerci. Inoltre, i veneziani svilupparono sofisticati sistemi monetari, bancari e assicurativi, ponendo le basi dell’economia moderna.

IL DUCATO E IL LIBRO
Tra i più diffusi e apprezzati prodotti veneziani c’erano il ducato d’oro e il libro. Coniato per la prima volta nel 1284, il ducato era utilizzato nel commercio su larga scala e nei pagamenti di somme ingenti. Il ducato veneziano ebbe un enorme successo, diventando una valuta di riferimento internazionale: una sorta di “dollaro del Medioevo”. Prodotto alla Zecca, la sua iconografia rimase inalterata per cinque secoli. In ogni angolo del mondo uomini d’affari si affidavano alla stabilità del suo peso e alla quantità di oro finissimo che lo componevano, entrambe garantite dalla Repubblica. Un viaggiatore del XV secolo riferì che i ducati veneziani erano diffusi perfino in India, a dimostrazione della vastità dei commerci veneziani. Poco dopo l’introduzione della stampa a caratteri mobili negli anni Cinquanta del Quattrocento, a Venezia già si contavano centinaia di stampatori. I mercanti veneziani utilizzarono le loro consolidate reti di distribuzioni per far circolare i libri stampati, ed entro la metà del XVI secolo Venezia divenne l’indiscussa capitale europea dell’editoria. Il più importante stampatore veneziano del tempo fu Aldo Manuzio (1449/1452-1515), che fondò la sua tipografia nel 1495. La sua celebre marca tipografica con il delfino e l’ancora, ispirata a una moneta romana, era nota in tutta Europa. Tra le innovazioni che resero Manuzio il primo vero editore moderno si ricordano l’introduzione del corsivo, l’invenzione del carattere De Aetna (ancora in uso nei nostri computer) e del libro tascabile.

 

V. LA REINVENZIONE DI PIAZZA SAN MARCO

Il doge Andrea Gritti (dogato 1523-1538) era ben consapevole del potenziale propagandistico dell’arte e dell’architettura. Gritti immaginò una Venezia in grado di rivaleggiare con la Roma imperiale, affermando la propria identità come capitale di un impero. In particolare, una delle principali preoccupazioni di Gritti fu quella di garantire alle processioni civiche delle quinte architettoniche maestose. Fondamentale, nella visione di Gritti, fu il rinnovamento della Piazza e della Piazzetta San Marco, che al tempo versavano in uno stato di profondo abbandono. Ne seguì una fase che è comunemente chiamata renovatio urbis, il progetto di rinnovamento urbano più ambizioso dell’Europa cinquecentesca. L’architetto prescelto per dare vita al rinnovamento grittiano fu lo scultore fiorentino Jacopo Sansovino. Il doge lo aveva convinto a trasferirsi a Venezia nel 1527, dopo il Sacco di Roma. Nominato proto, il massimo architetto della Repubblica, Sansovino eliminò i negozi e le bancarelle che occupavano buona parte della Piazzetta e progettò la costruzione di nuovi edifici in stile classico che evocavano l’antica Roma. I lavori di riqualificazione proseguirono anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1570. Entro la fine del Cinquecento, il centro monumentale di Venezia era diventato uno degli spazi pubblici più grandiosi al mondo.

FIDUCIA NEL FUTURO
In apertura del Cinquecento Venezia visse anni drammatici. La Repubblica fu coinvolta nella guerra della Lega di Cambrai e, stretta nella morsa delle principali potenze europee, nel 1509 perse buona parte del suo dominio di terra. Nello stesso torno d’anni il cuore della città fu segnato da una serie di catastrofi che colpirono il Fondaco dei Tedeschi (il quartier generale dei mercanti tedeschi a Venezia) nel 1504, il Campanile di San Marco nel 1511, gli edifici sul lato nord di Piazza San Marco nel 1512 e l’intero distretto commerciale di Rialto nel 1514. I veneziani riconobbero la necessità di ricostruire con rapidità, non soltanto per mantenere le infrastrutture economiche, ma soprattutto per dimostrare la resilienza della città e la sua fiducia nel futuro. Fu così che vennero lanciate campagne di ricostruzione e restauro finanziate con fondi pubblici, mentre nei decenni successivi videro la luce dei progetti di abbellimento urbano ancora più grandiosi.

 

VI. LA RICOSTRUZIONE DI PALAZZO DUCALE. 1574, 1577

I veneziani erano consci del potere propagandistico delle immagini, e la Repubblica sviluppò una ricca iconografia per raffigurare la superiorità del suo governo e i vantaggi derivati delle sue leggi. Palazzo Ducale, per secoli sede del governo e oggi di questa mostra, è sicuramente il luogo in cui tale atteggiamento risulta più evidente. Nel 1574 un incendio danneggiò la Sala del Collegio e quella del Senato. Tre anni dopo, un rogo ancora più devastante distrusse la Sala del Maggior Consiglio, il luogo dove ogni settimana si riuniva il massimo organo politico della Repubblica. Colpiti nel cuore del loro sistema istituzionale, i veneziani fecero della ricostruzione di Palazzo Ducale una priorità. Nonostante le proposte di erigere una nuova struttura in stile moderno, i governanti scelsero di ripristinare la facciata gotica per enfatizzare la continuità con il passato. Per la decorazione dei nuovi ambienti fu ideato un elaborato programma di dipinti allegorici e storici per dimostrare come la storia della Repubblica rappresentasse il compimento di una missione divina in difesa della libertà e della fede. La realizzazione del progetto fu affidata ai migliori pittori dell’epoca, tra i quali Tintoretto e Veronese.

PALLADIO: NELLA PIETRA E SULLA CARTA
Andrea Palladio (1508-1580) è stato uno degli architetti più influenti di tutti i tempi. I suoi progetti, fondati sui principi dell’architettura classica greca e romana, ispirano tutt’oggi la costruzione di edifici in tutto il mondo. Formatosi come scalpellino, Palladio divenne celebre progettando ville e palazzi nel territorio vicentino, che all’epoca faceva parte della terraferma veneziana. Incoraggiato da potenti mecenati, nel 1570 pubblicò i suoi studi ne “I quattro libri dell’architettura”, opera riccamente illustrata di cui una copia è esposta in mostra. Per Venezia Palladio disegnò la chiesa di San Giorgio Maggiore, che sorge sul Bacino di San Marco fornendo un punto focale per la nuova identità classica della Piazzetta. Nel 1570, morto Sansovino, Palladio venne nominato proto, o capo architetto della Repubblica. Poco dopo disegnò la chiesa del Redentore, un modello della quale si trova nella sala successiva. Molti dei suoi progetti più ambiziosi per Venezia rimasero però solo sulla carta. 

 

VII. LA PESTE. 1576, 1630

In quanto città portuale, Venezia fu particolarmente esposta ai pericoli della peste. Per affrontare il problema, i veneziani idearono un sistema che in buona parte anticipò le misure adottate ai giorni nostri. Coloro che mostravano i sintomi dell’infezione erano isolati e curati su una piccola isola della laguna, nota come il Lazzaretto. Una seconda isola, il Lazzaretto Nuovo, fu utilizzata in seguito per ricevere sia le merci giunte a Venezia che i potenziali contagiati, obbligati a un periodo di isolamento di una quarantina di giorni, da cui il termine quarantena. Per l’applicazione delle norme fu istituita nel 1485 una magistratura permanente, i Provveditori alla Sanità. Quando, nel 1576, la peste scoppiò in città, i Provveditori imposero la quarantena alle persone e alle merci, ma il governo si oppose sostenendo che le nuove misure danneggiavano l’economia. Fu così che la quarantena fu sospesa, ma la scelta si rivelò un errore disastroso perché ben presto i decessi superarono il centinaio al giorno. Ripristinati i pieni poteri dei Provveditori, la situazione era ormai fuori controllo: l’epidemia fece oltre 46.000 vittime, un quarto della popolazione cittadina. Lo stesso avvenne nel 1630. Con lo scoppio dell’epidemia furono imposte nuove restrizioni, ma le più alte cariche governative si opposero e i Provveditori alla Sanità furono accusati di voler danneggiare il commercio e limitare la libertà. Il contagio si diffuse fino a mietere quasi 47.000 vittime. L’equilibrio tra salute pubblica e interessi economici rimane tutt’oggi un argomento di grande attualità.

CHIESE VOTIVE E SANTI CONTRO LA PESTE
Due dei più celebri monumenti della Venezia moderna e due delle più caratteristiche feste cittadine devono la loro origine alle epidemie di peste del 1576 e del 1630. Il 4 settembre 1576, i senatori veneziani approvarono a grandissima maggioranza l’impegno di edificare una nuova chiesa dedicata al Cristo Redentore quando la città fosse stata liberata dalla peste. Il doge fece anche il voto di organizzare una grande processione, da ripetersi annualmente, “a perpetua memoria del beneficio ricevuto”. Fu così che si decise di costruire la chiesa del Redentore sull’isola della Giudecca. La prima processione, fatta attraversando un ponte provvisorio, si tenne nel 1577. Progettata da Palladio, la chiesa venne consacrata nel 1592. Durante l’epidemia del 1630, drammaticamente simile a quella del 1576, il doge promise di costruire un’altra chiesa votiva, questa volta dedicata a Santa Maria della Salute. La costruzione del nuovo tempio, progettato da Baldassarre Longhena, iniziò l’anno successivo in un sito ancor più prominente di quello del Redentore. Le processioni votive a entrambe le chiese si svolgono ancora oggi attraverso dei ponti galleggianti. I veneziani rivolgevano le proprie preghiere anche a San Rocco, il santo protettore contro la peste le cui reliquie giunsero in città nel 1485 grazie alla confraternita a lui dedicata, poi diventata la Scuola Grande di San Rocco. Nell’arte veneziana San Rocco è spesso raffigurato con un altro santo protettore contro la peste, San Sebastiano. 

 

VIII. L’ULTIMA GLORIA

Nonostante l’inesorabile declino, negli ultimi 150 anni di vita della Serenissima i veneziani reinventarono l’economia cittadina convertendo Venezia in un centro di innovazione artistica e rendendola una tappa obbligata del Grand Tour europeo. La tradizione dei grandi pittori proseguì con Canaletto, Guardi, Longhi e Tiepolo, mentre nuove chiese furono costruite in stile barocco, una tra tutte Santa Maria della Salute. Nel 1637 fu inaugurato il Teatro San Cassiano, il primo teatro pubblico dell’Europa moderna. Molti altri ne seguirono, tanto che fu a Venezia che Monteverdi, Vivaldi, Rossini e Verdi allestirono i loro capolavori facendo fiorire l’arte lirica. E fu sempre a Venezia che il commediografo Carlo Goldoni arricchì la tradizione comica con le sue osservazioni della vita quotidiana. Venezia stessa divenne uno splendido palcoscenico. La sua vita pubblica si tramutò in una festa quasi permanente, a maggior ragione durante la lunga stagione del Carnevale quando tutti potevano essere degli attori indossando ricchi abiti e maschere. La Repubblica continuò a celebrare sé stessa attraverso riti, accessori e abiti ufficiali rimasti pressoché invariati per cinque secoli. Questo mondo dorato finì nel 1797. Costretto a cedere alla minaccia delle forze napoleoniche, il Senato veneziano votò il passaggio dei poteri a un governo di transizione filo francese. A distanza di circa 1.100 anni, il 12 maggio 1797 Ludovico Manin, ultimo doge di Venezia, pose formalmente fine alla Serenissima Repubblica di Venezia.

INCENDIO E RINNOVAMENTO A SAN MARCUOLA. 1789
Gli incendi hanno sempre costituito una minaccia per i centri urbani – minaccia alla quale i veneziani seppero però reagire con resilienza. All’inizio del Settecento, le magistrature cittadine affrontarono il problema incaricando un professore dell’Università di Padova di studiare le moderne tecniche antincendio. Le ricerche portarono allo sviluppo di macchine idrauliche mobili basate su dei prototipi inglesi. L’incendio che nel novembre 1789 distrusse il quartiere di San Marcuola fu uno dei più devastanti della storia di Venezia. Originatosi in un deposito di olio, il fuoco si propagò di casa in casa infuriando per tre lunghi giorni e terrorizzando i tanti testimoni, tra i quali anche degli artisti. Un dipinto del rogo, esposto qui in mostra, descrive la nuova pompa idraulica in azione. A seguito della distruzione di San Marcuola, le autorità intrapresero un ambizioso progetto di riassetto urbano, commissionando un rilievo cartografico del quartiere e costruendo nuove abitazioni per gli sfollati.

 

IX. DOPO LA SERENISSIMA

In seguito al crollo della Repubblica, nel 1797, Venezia passò per quasi vent’anni dal controllo francese a quello austriaco, e viceversa. Nel 1807 Napoleone fece il suo ingresso trionfale a Venezia non dal mare, come era tradizione, ma dalla terraferma. Per l’occasione venne eretto un maestoso arco di trionfo davanti alla chiesa di Santa Lucia, luogo quanto mai profetico. Quarant’anni dopo, fu proprio a Santa Lucia che venne costruita la stazione della linea ferroviaria che collegava Venezia alla terraferma. Non più impero, non più indipendente, Venezia non era nemmeno più un’isola. Quando, nel 1848, la rivoluzione travolse l’Europa, i veneziani cacciarono gli austriaci e proclamarono la nuova Repubblica di San Marco, composta dalla città e da molti dei suoi ex territori sulla terraferma. Ma l’indipendenza durò solo diciassette mesi. Gli austriaci riconquistarono uno a uno i territori insorti, facendo ripiegare le forze veneziane in città. Sebbene nell’aprile del 1849 l’assemblea della Repubblica avesse votato per resistere “ad ogni costo”, i bombardamenti incessanti sulla città, oltre alla carestia e al colera, costrinsero i veneziani alla resa in agosto. Seguirono altri diciassette anni di dominio austriaco.

L’UNIONE ALL’ITALIA. 1846, 1866
Nacqui veneziano e morirò italiano. Ippolito Nievo, 1858
Con il completamento, nel 1846, del ponte ferroviario, Venezia si unì alla penisola italiana. Da un punto di vista politico, dopo il fallimento della rivoluzione del 1848-1849 le speranze di Venezia di liberarsi dal giogo austriaco erano tutte rivolte al Risorgimento: il movimento di unificazione dell’Italia sotto re Vittorio Emanuele II di Savoia. Le prime opere di Giuseppe Verdi, in particolare i cori patriottici, fecero da colonna sonora al Risorgimento dando voce ai desideri a lungo frustrati del popolo italiano. Il suo Attila, che debuttò al Teatro La Fenice nel 1846, paragonava infatti la nascita di Venezia per mano di cittadini amanti della libertà alla rinascita dell’Impero Romano, che risorge dalle ceneri della sua sconfitta come la leggendaria fenice. Un verso in particolare scatenava gli applausi del pubblico: “Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me!” Il Regno d’Italia venne proclamato nel 1861, ma Venezia non ne faceva ancora parte. Due tele allegoriche qui esposte esprimono le speranze dei veneziani di aderire alla nuova nazione. Cinque anni più tardi, sconfitti gli austriaci e passato il referendum a favore all’unificazione, Venezia e il Veneto divennero finalmente italiani. Già capitale di un impero, Venezia era ora una città tra le tante di un nuovo paese; una città che però per la prima volta in sette decenni era libera di autogovernarsi e di fare parte del progetto dell’Italia unita.

“COM’ERA, DOV’ERA”. 1836, 1902, 1996
Indebolito dai tanti fulmini, incendi e terremoti che nel corso dei secoli lo colpirono, il 14 luglio 1902 il Campanile di San Marco crollò lasciando a terra un cumulo di macerie alto ben venti metri. Quella stessa sera il consiglio comunale di Venezia si riunì in seduta straordinaria e votò a favore della ricostruzione. Alcuni misero però in dubbio la necessità che la nuova struttura replicasse quella vecchia. “Per qual motivo, poi, non dovrebbe essere rappresentato nella piazza di Venezia anche lo stile moderno?”, scriveva un architetto viennese. Notando che il dibattito si infiammava, il sindaco di Venezia propugnò la posizione tradizionalista: “Com’era e dov’era – e così sia”. I modernisti furono sconfitti. La nuova struttura, realizzata con i più moderni metodi di costruzione ma identica nel suo aspetto, fu inaugurata il 25 aprile 1912, a quanto pare esattamente a mille anni da quella della torre originale. Come il Campanile, anche il Teatro La Fenice – profeticamente intitolato all’uccello mitico – incarna la capacità di Venezia di risorgere dopo i disastri più terribili. Eretto per la prima volta nel 1792, il teatro fu completamente distrutto da un incendio nel 1836 e di nuovo nel 1996. Ricostruito entrambe le volte, si trova oggi nella sua sede originale, “com’era, dov’era”.

 

X. LA CAPITALE DELL’ARTE CONTEMPORANEA

A partire dalla fine dell’Ottocento, a Venezia sorsero delle istituzioni che la posero nuovamente all’avanguardia delle arti visive, come già avvenuto nel Rinascimento. Ad oggi, La Biennale di Venezia rimane la più antica tra queste istituzioni e la più prestigiosa mostra d’arte contemporanea al mondo. Dopo la seconda guerra mondiale, l’americana Peggy Guggenheim si trasferì in Laguna, sorprendendo il pubblico con la sua collezione esposta alla XXIV Biennale (1948) e con l’apertura della sua casa museo (1951), ancora oggi il migliore museo italiano d’arte del ventesimo secolo. Oltre a promuovere pittori stranieri come Jackson Pollock, Guggenheim sostenne molti artisti veneziani. Venezia fu anche tra le prime ad aprirsi alla forma d’arte più importante dell’età moderna, il cinema, divenendo la sede del più antico film festival del mondo che si tiene ogni anno al Lido. L’ambiente naturale e urbano veneziano hanno spinto molti architetti a progettare nuove proposte per la città. È il caso del veneziano Carlo Scarpa e dei maestri stranieri Frank Lloyd Wright e Le Corbusier. Sebbene spesso irrealizzati, questi progetti hanno presentato al mondo nuove idee architettoniche. Dal 1980, la Biennale di Architettura rappresenta una prestigiosa vetrina internazionale per il design e l’urbanistica. Inoltre, Venezia è anche all’avanguardia nel riutilizzo degli edifici storici, trasformati in spettacolari sedi espositive di arte contemporanea. Oggi le arti visive sono diventate la spina dorsale di una nuova economia per la città, che comprende un’ampia gamma di istituzioni educative e culturali, pubbliche e private.Il 1797 è l’anno fatidico del Trattato di Campoformido e della fine della Serenissima. Eppure il secolo era iniziato tra i fasti della nobiltà veneziana, la gloria internazionale della Serenissima regina dei mari – ben rappresentata dal famoso, grande olio di Giambattista Tiepolo Nettuno offre a Venezia i doni del mare (1756 -1758) – la magniloquenza delle sue feste e il tripudio delle sue arti.

 

XI. ACQUA GRANDA

Il 4 novembre 1966 la peggiore acqua alta della storia colpì Venezia, quando la marea raggiunse i 194 centimetri sul livello marino medio. Il Direttore Generale dell’UNESCO, René Maheu, lanciò un appello al mondo intero affinché sostenesse il recupero delle innumerevoli opere d’arte e degli edifici danneggiati. Da allora, 53 Comitati privati hanno realizzato quasi 2.000 progetti di restauro grazie alle raccolte fondi nei loro Paesi. I Comitati hanno finanziato – e continuano a farlo – anche studi, progetti archivistici, ricerche, formazione e didattica, pubblicazioni, mostre e allestimenti museali. Nel 1987 fu creata un’Associazione per relazionarsi con le Soprintendenze e l’UNESCO. L’Associazione, la cui attuale Presidente è Paola Marini, ha un ufficio permanente a Venezia, oggi diretto da Carla Toffolo, per coordinare le attività e sostenere i Soci. Fino al 2016 i Soci hanno operato nel programma congiunto UNESCO – Comitati Privati Internazionali per la Salvaguardia di Venezia. Nel 2017 è stato sottoscritto un accordo con il Ministero della Cultura, in virtù del quale lo Stato italiano fornisce sostegno tecnico-scientifico alle iniziative di mecenatismo a favore del patrimonio pubblico o fruibile al pubblico. Oggi i Comitati sono 27, provenienti da 12 Paesi. Nell’insieme, il loro impegno totale ha raggiunto negli anni circa 300 milioni di euro attualizzati.
L’11 novembre 2019, Venezia ha subito la seconda più disastrosa acqua alta della sua storia: 187 centimetri sul livello marino medio. I Comitati si sono nuovamente mobilitati a favore della città e dei suoi cittadini e, con il supporto di studiosi internazionali, hanno avviato una riflessione sulla cultura urbana: Venezia rappresenta un luogo ideale in cui vivere, esemplare perché a misura d’uomo e aperto a cambiamenti sostenibili.

IL FUTURO
La storia di Venezia ci insegna che la sua esistenza non è un miracolo, ma il risultato dell’ingegno umano, dell’impegno e della visione a lungo termine dei suoi abitanti. I veneziani sono riusciti a prosperare in questo ambiente precario perché hanno saputo mantenerlo in equilibrio. Oggi delle nuove sfide – sia naturali che provocate dall’uomo – minacciano il futuro della città in un modo mai visto nei secoli passati. Eppure ci sono motivi per essere ottimisti. L’innovazione tecnologica tiene a bada le maree più alte, mentre Venezia, forte del suo status di capitale dell’arte, si sta reinventando come centro di conoscenza, cultura, ricerca e tecnologia. Le speranze di Venezia dipendono dalle nuove generazioni di veneziani, dallo loro capacità di affrontare il futuro con la stessa resilienza e creatività dei loro predecessori, ispirandosi alle lezioni del passato e ai principi che hanno guidato Venezia nei secoli: la tutela dell’ambiente, l’equità sociale e la salvaguardia del suo bene più prezioso, la sua bellezza unica e l’ambiente sorprendente in cui è incastonata.


 

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